domenica 12 marzo 2017

Femminismo e fastidio

L’8 marzo ce lo siamo lasciate alle spalle già da qualche giorno. La mimosa si è ormai seccata e tutt’al più c’è ancora un po’ di quel suo odorino strano nell’aria.

Ora possiamo parlare un po’ di femminismo, ma sul serio?

Allora, parlare di femminismo è un po’ come parlare di cibo. No, non nel senso che ognuno ha i suoi gusti. Sì, forse anche un po’. Ma nel senso che l’argomento è enorme, vastissimo, sfaccettato e, come molti movimenti di stampo progressista, contrastante al suo interno.

Possiamo però iniziare a fare un po’ di chiarezza dicendo cosa il femminismo non sia.

Tanto per iniziare, non è l’opposto di maschilismo. Mentre il maschilismo predica la superiorità del sesso maschile, il femminismo non vuole la superiorità del sesso femminile, ma la parità fra i sessi.
No, non venitemi a dire che la parità fra i sessi esiste già perché vi legno. Che gli stipendi siano diversi è testimoniato dai dati statistici. Un uomo difficilmente verrà costretto a firmare le dimissioni in bianco nel caso in futuro decida di diventare padre. Spesso, a parità di competenze fra un candidato e una candidata, le aziende preferiscono assumere un uomo perché più difficilmente richiederà la paternità. E potrei fare mille altri esempi.

Poi. La parità prevede anche di liberarsi dagli stereotipi che ancora imbrigliano ENTRAMBI i sessi. Quindi. Il femminismo ci dice che la donna non deve essere per forza l’angelo del focolare che sogna fin da piccola il matrimonio e la maternità. Ma ci dice anche che essere uomo non significa non potere piangere, dovere essere per forza quello che porta a casa la pagnotta o almeno che guadagna di più, né tantomeno essere il cavaliere senza macchia e senza paura.

E qua ci troviamo a uno dei punti chiave del pensiero femminista: dunque il femminismo vuole tutte le donne in carriera senza figli pronte a rinchiudere il marito in cucina senza lasciarlo uscire finché non è pronta la cena?

NO, cazzo, NO.

Il femminismo vuole l’autodeterminazione delle persone. Ossia: se una donna desidera diventare dirigente di azienda, deve avere le stesse possibilità di un uomo di arrivarci. Ma se una donna vuole, per sua scelta e attitudine, dedicarsi a tempo pieno alla casa e avere dodici figli, reddito permettendo, deve essere altrettanto libera di farlo, senza che qualcuno o qualcuna si senta in dovere di dirle che sta buttando nel cesso le lotte delle nostre antenate.
Le nostre antenate hanno lottato perché potessimo SCEGLIERE cosa fare: è questa la fondamentale differenza. Non possiamo liberarci da uno stereotipo (la donna-moglie-mamma) per andarci a incastrare in un altro. L’importante è fare ciò che desideriamo e non ciò a cui siamo stati costretti o indottrinati. Questo significa anche che un uomo può tranquillamente fare il casalingo, se la cosa gli va a genio.

Spesso si sente dire: «Non sono femminista ma…». Ma ho notato che la maggior parte delle volte, in realtà, le persone che pronunciano queste parole lo sono eccome. Solo che non lo sanno, perché sono legate a un’immagine del femminismo fatta di invasate che bruciano reggiseni e urlano che gli uomini sono tutti stronzi. E di conseguenza non si riconoscono.
Anche molti uomini, oggi, spesso sono femministi e non lo sanno. Ma io penso che il loro contributo sia preziosissimo alla causa.

In questo otto marzo, pochi giorni fa, ho letto decine di volte, sui social network, l’intramontabile “le vere donne”. Ho una notizia per voi: le donne non sono come la ricetta della carbonara, che ce n’è una e poi ci sono le varianti tarocche con la pancetta o con l’uovo fritto.
Le donne sono tali a prescindere da quello che fanno, pensano o dicono. Le donne sono persone. Persone come gli uomini. E insieme possiamo smetterla di farci del male da soli incastrandoci in stampini che non sono fatti per noi.


PS: io faccio la carbonara con la pancetta. E mi piace tantissimo.

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