sabato 18 febbraio 2017

Lavoro da casa: sfatiamo qualche mito

Qualche settimana fa, la blogger Chiara di "Machedavvero" ha parlato del lavoro da casa: di come sembri un paradiso e di come riesca in realtà a diventare un inferno.
Io lavoro perlopiù (anche se non esclusivamente) da casa da quasi dieci anni e posso confermare ogni virgola.

I lati positivi ci sono e sarebbe stupido negarlo. Un esempio su tutti: si risparmia su benzina e/o mezzi e non esistono tempi morti imbottigliati nel traffico, capaci di trasformare una giornata da otto ore in una da nove e mezza. Vuol dire potere lavorare anche per realtà lontane che, con la carenza di lavoro che ci ritroviamo, è una cosa grandiosa. Si risparmia anche sul fronte cibo: niente caffè al bar giornaliero, né pranzi al ristorante dell’ultimo minuto all’urlo di «Oddio ho lasciato a casa la schiscettaaaaaaaaaaaa». Di conseguenza, spesso si mangia anche più sano.

Se hai dei colleghi stronzi, non dovere convivere per forza con loro per gran parte della giornata può evitarti qualche ulcera. Ma già questo ha un rovescio della medaglia: stare sempre da soli, senza mai un confronto, sul lungo periodo è logorante. Cambia anche il modo di vivere il lavoro: certi dialoghi sono difficili o inopportuni da affrontare al telefono e la qualità del rapporto con i colleghi ne risente. E poi il mondo non è popolato solo da stronzi, per fortuna.

Puoi alzarti un po’ più tardi e puoi lavorare comodamente in tuta (ma questo, come vedremo, senza esagerare). Nei tempi morti, puoi tranquillamente aprire un libro e leggere per dieci minuti perché nessuno ti vede nel tuo momento fancazzismo.

In compenso…

Lavorare in casa vuole dire avere a disposizione tutte le forme di distrazione possibili e immaginabili, a parte forse la sauna e le escursioni in montagna. Ci sono distrazioni divertenti, del tipo «Il libro sul comodino mi sta guardando insistentemente, ora vado a vedere cosa vuole» e «Nessuno saprà che ho guardato un’altra puntata di “Stranger things” prima di fare quella telefonata». Ma quando sei abbastanza cotta viri anche su quelle noiose, sul genere «Ma che cos’è quella macchia sul vetro del microonde? Ora vado a vedere. Certo che è proprio ora di pulirlo…» e mezz’ora se ne va pulendo il microonde dentro, fuori e attraverso pur di rimandare un lavoro per cui non trovi l’ispirazione o la voglia. Talvolta distrarsi un attimo è la soluzione per trovare un’idea, ma la maggior parte delle volte io finisco semplicemente in un vortice di distrazioni.

Lavorare da casa significa non avere orari né giorni liberi. In ufficio non ci sei mai e questo, per molti colleghi, equivale a dire che ci sei sempre. Se si pondera bene prima di disturbare il collega in pausa pranzo o di riposo, per te questo problema non si pone perché tu a casa ci sei sempre. Mi è capitato di ricevere telefonate alla sera tardi, spaventandomi anche, per questioni tranquillamente prorogabili al giorno dopo (non vi sto a dire che non sono l'amministratore delegato della Fiat). Non esiste preavviso, perché si dà per scontato che tu sia sempre a disposizione. Anche in quello che dovrebbe essere il giorno libero, la telefonata «Ma non è che per caso puoi…» è un must.
La malattia non esiste: non importa se hai l’influenza e con quaranta di febbre non riesci neanche a ricordarti come ti chiami. Il «Ma questa cosettina almeno puoi farmela?» condito con sensi di colpa non mancherà mai. Tanto sei a casa.
Per quanto ami il mio lavoro e sappia benissimo di essere più fortunata rispetto ad altri, alla lunga la cosa è stancante.

Poi. Se da un lato i colleghi credono che tu sia operativa 24 ore al giorno, per la maggior parte dei parenti, amici e conoscenti tu di fatto non lavori. Per definizione, sei a casa. Quindi, se ci sono commissioni da fare o simili, spetta inevitabilmente a te. Che magari puoi anche farle, eh, dando una mano a chi invece lavora fuori. Ma sentirti dire che «tanto sei a casa» non è uno dei migliori incentivi.


Parliamo poi dell’ambiente. I più fortunati potranno magari avere un piccolo ufficetto domestico ma di fatto, se non vivete nella reggia di Versailles, probabilmente cucinate, mangiate, dormite e vi lavate a poca distanza da dove lavorate. Il che significa non avere mai una precisa distinzione tra lavoro e vita privata. È facile che mentre girate la pasta, buttiate un occhio al computer sul tavolo e aggiungiate due righe al documento. Senza contare che, se non vivete soli, un’altra persona può essere stravaccata sul divano con la televisione accesa mentre il vostro lavoro non è finito e state implorando tutti i santi per tenervi concentrati mentre un commentatore sportivo sovreccitato urla al gol. E parte la danza del «Puoi abbassare, per favore?» fino a picchi di «Abbassa quella straminchia di televisione». Ed ecco allora che lavorare in casa condiziona la vita anche di tutte le altre persone che ci vivono.

Vi do appuntamento ai prossimi giorni per una guida di sopravvivenza al lavoro in casa.

Nessun commento:

Posta un commento

Dite la vostra che io ho detto la mia.