mercoledì 25 gennaio 2017

Cibo universitario

Ci sono cose che chi non ha fatto l’università da fuori sede non può capire. Crescita, convivenza, la prima boccata di indipendenza. No, non diciamo cazzate. Parliamo invece del cibo. Perché se sei sopravvissuto al cibo del periodo universitario, hai già conquistato la tua vera laurea all’università della strada.

Il primo cibo della disperazione era l’hamburger precotto del Penny, informalmente detto “ascella” per via dell’odore di cipolla che sprigionava durante la cottura. Pane al sesamo, carne non meglio specificata e formaggio arancione, l’ascella si cuoceva rigorosamente nel forno a microonde, che veniva così impregnato pestilenzialmente. Il microonde, a sua volta, si impegnava a impregnare di odore di ascella tutti gli altri cibi. E voila le cappuccino all’ascella, il tè all’ascella, la pizzetta all’ascella.
Nota bene: l’ascella è per stomaci forti.
Nota MOLTO bene: al Lidl era in vendita, lo giuro, l’”hamburger di volatile”. Non abbiamo mai avuto il coraggio di testarlo. Forti sì, ma mica sceme.

Il secondo cibo della disperazione erano gli gnocchi ripieni. Io non ho mai amato molto gli gnocchi, ma quelli avevano una serie di caratteristiche che me li facevano perdonare: costavano poco, si cuocevano in fretta e avrebbero saziato chiunque. Fuori, una cosa gommosina su cui mettevamo del burro. Dentro, sugo al pomodoro e un formaggio non meglio specificato. E anche oggi il pranzo l’abbiamo messo insieme.

Terzo cibo della disperazione, citato probabilmente anche nelle lettere ai Corinzi: il brodino. Così, liscio, assoluto. Lo bevevamo nelle tazze, come nei film. Niente pastina, solo una ciotolona d’acqua nel microonde con il dado. Infuso di glutammato di sodio, insomma. Ricordo ancora la commozione, un finesettimana di ritorno a casa, davanti alla minestrina di mia nonna fatta col brodo di pollo e la pastina.

Quarto cibo della disperazione: la pizzetta Buitoni surgelata. Buona, ma per me era una sorta di aperitivo. Solo che costavano un occhio della testa, quindi diventavano un pranzo.

Quinto cibo della disperazione: quando il tonno costa davvero poco, c’è un motivo. Lasciatelo lì sullo scaffale. No, ancora non me la sento di parlarne.

Guest star: arsura e secchezza delle fauci
Un’estate, mi ritrovai sola per un esame della sessione estiva. Faceva un caldo inimmaginabile e la sola idea di trascinarmi al supermercato più vicino per prendere dell’acqua, portandomi da sola le bottiglie, mi levava ogni forza. In frigorifero, fortunatamente, spuntò una provvidenziale lattina di birra ignorante, rimasuglio di qualche visita di fidanzati passati. Mezzo litro per tre giorni. Verso la fine del terzo ci misi dentro anche il limone, tanto per darle una parvenza di vita.

Ma sono sopravvissuta. Quella è stata la mia tesi di laurea all’università della vita.

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