giovedì 15 dicembre 2016

Senza cucina

In quello strano limbo che è il periodo del trasloco, sto vivendo in una casa senza cucina. Non avere la cucina non è proprio come vivere in via dei Matti numero zero, però è indubbiamente un’esperienza quantomeno curiosa.

Ho tirato la scrivania vicino al letto per potere scrivere seduta sul bordo, perché per ora non ho neanche una sedia. Al momento di mangiare, metto sul letto computer, libri e appunti per stendere sopra la scrivania un foglio di Scottex e mangiare un trancio di pizza o un panino.

Oggettivamente, ci sono cose più comode. Soggettivamente, mi sento un po’ quegli studiosi dell’Ottocento a cui la servitù portava da mangiare mentre stavano seduti allo scrittoio. Io i servi, come potete immaginare, non li ho (ancora). In compenso ho mia nonna, che nel fondato timore che io muoia di fame tra un pantagruelico pranzo da lei e un panino sulla scrivania alla sera, mi ha riempito di cibo che posso tenere fuori dal frigo, di acqua nelle bottiglie di vetro che poi le riporto indietro e di tè all’arancia e alla cannella dentro un thermos gigantesco che credo usi per dissetare tutto il gruppo alpini durante le gite.

Per la maggior parte del tempo penso a tutte le spese, penso a un’avventura che forse è più grande di me e penso che i miei genitori ci sono arrivati dieci anni in anticipo e con molti meno dubbi.

Poi però c’è il tè all’arancia dentro i bicchieri di plastica, c’è la mia coperta con le maniche, c’è quella viuzza acciottolata nascosta dietro la chiesa che si vede dalla finestra e che si illumina di giallo sotto i lampioni e penso che, dopotutto, in qualche modo ce la farò e che il bicchiere è pieno, anche se è di plastica e non ho un lavello dove metterlo.

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