sabato 24 dicembre 2016

Briciole tossiche

Quando finisce una storia. Quando finisce una storia?

Il mio ex è. Uno stronzo? No, quello proprio non si può dire. È, o almeno era, tante cose. È una persona sempre disponibile a dare una mano, ma che al contempo non perde l’occasione di farti sentire peggio quando sei già giù. È una persona pronta a dare il massimo, che in compenso non riesce a tenersi un amico. È una persona che diceva di amarmi una quantità smodata di volte, ma che in presenza di amici sminuiva qualunque cosa facessi o dicessi.

Questa cosa del “ti amo” mi ha quasi nauseato, a un certo punto. Era diventato quasi un intercalare, che cadeva nel vuoto senza risposta. Se, come dice Stephen King in un passo de “L’ombra dello scorpione”, «Il “mi dispiace” è il pronto soccorso delle emozioni umane», il “ti amo” che diavolo è? Il reparto rianimazione? Nel nostro caso, forse, era più un caso di stato vegetativo irreversibile.

Una mia cara amica è stata quasi otto anni, seppure con rotture varie nel mezzo, con un ragazzo che non è mai riuscito a dirle nemmeno un “ti voglio bene”. Da quello che so, non aveva alcun tipo di blocco psicologico. Era semplicemente una cosa che non voleva dire. Figuriamoci quell’altra cosa che inizia con la a. La mia amica se ne struggeva.

Ma il “ti amo” è un po’ come la moneta: se ce n’è poca vale qualcosa, se ce n’è troppa arriva l’inflazione. E per me è stato così. Avrei potuto giocare con quelle montagne di “ti amo” come i bambini tedeschi giocavano con le montagne di Marchi in quelle vecchie foto. Carta senza valore, parole senza valore.

La mia amica ha vissuto per un bel po’ di tempo di briciole, come un criceto. Per lei era già un trionfo se il tipo la invitava a casa sua. Cercava di estorcergli dichiarazioni che lui non aveva alcuna voglia di fare.
Io guardavo il tutto con l’occhio clinico di chi la sa lunga e non mi rendevo conto di essere nella stessa situazione, identica e diversa al tempo stesso.
Io a casa sua ci passavo un sacco di tempo, per dire. La maggior parte a litigare. Ero arrivata a un punto in cui mi rallegravo di un’intera giornata trascorsa senza litigare, senza rendermi conto che l’eccezione avrebbe dovuto essere la regola.

Vorrei dire di essermi svegliata e di avere capito che bel cricetino ero.
Ma in realtà no. Sono semplicemente arrivata al limite di sopportazione, quasi di punto in bianco. La mia parte irrazionale ha praticamente deciso per me che no, non ce la faceva più a vivere di negatività.

Solo dopo ho realizzato tutto. Ho realizzato quanto, stupidamente, avevo sopportato un malessere nel nome di quello che era stato e di quell’idiota “Vuoi buttare via tutto?” che ti dice la mente, come se una relazione fosse una ricetta che a un certo punto è andata male ma che si può ancora recuperare, se ci si accontenta di mangiare ‘na schifezza.

Con questo non voglio dire che il mio ex fosse una lasagna malriuscita. La nostra relazione era una lasagna andata a male, io e lui insieme, quello che creavamo insieme. Gas tossico.

Per la cronaca, la mia amica ne è uscita. E io anche.


Non. Mangiate. Quelle. Fottute. Briciole.

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