martedì 2 luglio 2013

La democrazia della cellulite

Così è la vita. Un giorno hai 16 anni e pesi 43 chili, il giorno dopo svolti il quarto di secolo e ne pesi 49 abbondanti. Che forse non sembra molto, ma se vi dicessi che peso quasi mezzo quintale?
In tutto questo una cosa mi consola: la cellulite. La cellulite è democratica.

Ieri sono andata al mare e io lo odio. Amo l'estate, il caldo, uscire senza doversi infilare giacche e maglioni. Ma la spiaggia no. Non mi piaceva quando ero una squinzia dalla pancia piatta, cosce enormi ma sode e un rispettabile color beigeolino, figuriamoci ora che la pancia regge piatta giusto fino al primo pasto, ho messo i miei quadricipiti al sicuro sotto grasso e sono di un orrido giallo Simpson su cui ogni pelo scampato al Silk-epil spicca come se fosse l'Empire State Building. Che poi non è il fatto di mettersi in costume a darmi fastidio, eh. È tutto il resto. La sabbia. L'acqua salata. Del resto come potrei fidarmi di qualcosa che non solo non va d'accordo con smartphone, tablet ed e-book reader, ma li minaccia di morte?
Poi ci sono i vicini di ombrellone. Che di solito sembrano quei giapponesi usciti dai bunker antiatomici dieci anni dopo la fine della guerra, con tutto il bisogno di recuperare il tempo speso a parlare con una scatola di mele liofilizzate. Io sono per i rapporti civili in spiaggia: per il buongiorno e il buonasera, per l'arrivederci e il "a domani" e anche per un canonico "Da dove venite?". Ma per il resto, cercate di capirmi. Io stringo rapporti sociali per lavoro. In vacanza posso aver bisogno di tutto, ma non di parlare all day long, facendo anche sforzi per cercare cose da dire che vadano oltre quella delicata linea nota come "banalità".

Ieri, allora, privata di tutto il mio seguito tecnologico e anche del libro cartaceo, portato per l'occasione e dimenticato nello zaino in albergo (l'hotel era così "di fronte alla spiaggia" che non ho avuto la forza di tornare a prenderlo), mi sono dilettata nell'antica arte di osservare le persone e immaginarmi la loro vita.
E ho visto.

Ho visto passare una nonna settantenne in compagnia della nipotina di circa otto anni. La nonna aveva la cellulite, la nipotina no. Niente di strano. Ho visto una donna sulla quarantina. Aveva un viso simpatico e appena tornata al suo sdraio dopo il bagno si è messa a leggere. Anche lei aveva un po' di cellulite. Ho visto una ragazza che poteva avere qualche anno in più di me. Bassina e molto robusta. Pelle chiarissima, tanti tatuaggi. Dilatatori alle orecchie. Al bar è passata davanti a tutti e al banco si è messa a pomiciare con il suo fidanzato in un modo da far perdere ogni attrattiva all'insalata di polpo nella vetrina lì a fianco. Anche lei aveva la cellulite. Ho visto una donna intorno ai 35. Un gran fisico, con la pancia perfettamente piatta e muscolosa. Quel fisico di chi ha sposato lo sport. Non come me, che tutt'al più lo considero un trombamico da un paio di volte l'anno. Ma quando si è girata. Ahimè. Il cataclisma. Cellulite come se piovesse.


È stato allora che ho capito che la cellulite è un po' come Marley: "Alla cellulite non importa se sei ricca o povera, brillante o imbranata, intelligente o stupida". Il segreto della democrazia, cari miei, risiede nella buccia d'arancia.
Vera, sana cellulite.
Mica come quella delle pubblicità, dove la pheega di turno strizza e strizza senza che appaia un minimo avvallamento nel terreno perfetto che è la sua coscia.

1 commento:

Dite la vostra che io ho detto la mia.