giovedì 16 marzo 2017

Metodo FlyLady: il finale di stagione

Ultima puntata sul tema FlyLady, che comunque i lavori di casa non è che siano tutto ‘sto divertimento. Quindi, in conclusione, i miei sì e no sul metodo in questo momento. Mi riservo di cambiare idea nel corso dei mesi ed eventualmente di aggiornare il post.


  • Il metodo FlyLady vi impedisce le maratone di pulizie e non so che santo ringraziare per questo. La megapulizia darà anche un briciolo di soddisfazione sul momento, ma puntualmente fa passare la voglia di vedere uno straccio per il prossimo decennio. E in pochi giorni tutto se ne va a peripatetiche di nuovo. Un po’ di lavoro ogni giorno, invece, è un’ottima cosa.
  • Usando il timer, vi renderete conto che a volte bastano veramente pochi minuti per cambiare significativamente la faccia della casa.
  • Dividendo le incombenze in piccoli lavoretti, il metodo dà una bella spinta a mettersi in moto, evitando così l’effetto «Non ce la farò mai, tanto vale lasciare perdere».
  • Con FlyLady, sono diventata più ordinata. Tendo a dare a ogni cosa il suo posto e a riportarcela dopo averla usata. E dire che ero un caso discretamente patologico.
  • Vedere la casa sempre ordinata, anche se magari non immacolata, è un ottimo balsamo per l’umore. Non credevo che l’avrei mai detto, ma stare in mezzo all’ordine chiama altro ordine e voglia di fare bene.
  • Con questo metodo, ho iniziato a vivere la casa in modo più completo e rilassato. A casa dei miei era sempre un problema se doveva venire qualcuno perché «Oddio la polvere, oddio il pavimento, oddio il disordine». E alla fine ti vivevi la visita con il patema di cosa guardasse l’ospite, o addirittura ci rinunciavi. Nella migliore delle ipotesi, il giorno prima scattava una maratona sfiancante che finiva per farti odiare il poverino o la poverina che voleva solo venirti a trovare. La casa diventava ragione di disagio o di stress. Ora (di solito) le persone possono anche avvisarmi dieci minuti prima di arrivare: se non si aspettano la reggia di Versailles, posso stare tranquilla. Se se la aspettano, evidentemente non sono ospiti particolarmente graditi.
  • Gli americani forse esagerano con le scene, ma nell’insieme, effettivamente, usare questo metodo può avere un effetto psicologico importante. Nel gruppo Facebook di cui faccio parte, ho letto testimonianze di persone che sono arrivate a scelte personali importanti dopo essersi rese conto di essere in grado di gestire le cose meglio di quanto credessero.

NO
  •            Questa osservazione è figlia dell’ultima ed è legata più alle singole persone che al metodo in sé: non fatelo diventare un’ossessione. Ho letto cose come «Oddio, ho lasciato una tazza nel lavandino e ora non riesco a smettere di pensarci». No, no, no. Ogni metodo organizzativo deve aiutarci a vivere meglio, non complicarci ulteriormente la vita. Organizzate quello che è necessario senza togliere spontaneità al resto. Certo, se ogni santo giorno diventa un’eccezione, vuol dire che il metodo non lo state più seguendo. Come al solito, giusta via di mezzo.
  •           Una cosa che personalmente amo poco di questo metodo è la fissa per la velocità. Sconfiggere il perfezionismo ha senso, ma talvolta ho l’impressione che si scada all’opposto nel pressapochismo. Quando leggo cose come «Passate l’aspirapolvere solo al centro della stanza», mi sento un pochino male. Già che ho l’aspirapolvere acceso, non saranno certo quei trenta secondi negli angoli a farmi perdere la giornata. Così come credo sia impossibile lavare i pavimenti decentemente in dieci minuti. E lo dico da abitante di un bilocale. Già che faccio quel lavoro solo una volta a settimana, voglio avere la consapevolezza di averlo fatto con cura. Come al solito, senza perderci mezza vita, ma nemmeno correndo.
  •            Per me, che lavoro da casa, il metodo calza piuttosto bene. Ma per chi lavora fuori, forse, non è sempre tutto così fattibile. D’altra parte, probabilmente, per una casalinga, che può dedicare tutto il suo tempo alla cura della casa, non è così utile. È vero che il metodo è personalizzabile, ma forse potrebbe essere interessante anche creare alla radice dei “target” diversificati.
  •       Le testimonianze in merito al metodo sono pressoché tutte positive. Ne ho lette molte, però, in cui le persone, pur riconoscendolo un metodo utile, finiscono per abbandonarlo per un  motivo o per l'altro. Sarebbe interessante capire quali sono le cause principali che portano all'abbandono.


mercoledì 15 marzo 2017

Metodo FlyLady: si va avanti

Terza puntata sulla mia esperienza FlyLady: al termine dei BabyStep, si inizia con l’uso ordinario del metodo. 
Il metodo prevede di dividere la casa in “zone”, procedendo settimanalmente a occuparsi di una zona diversa. Punti focali sono le missioni e l’home blessing. Le missioni sono compiti giornalieri, di solito piuttosto veloci da sbrigare: il gruppo di cui sono membro indica puntualmente ogni domenica di quale zona ci stiamo occupando e quali saranno le missioni della settimana, da suddividersi fra i giorni come preferiamo. Basta segnarli in agenda. In caso la missione non ci serva, si può sostituire con una “pulizia dettagliata” nella stessa zona da scegliere in un apposito elenco.
 L’home blessing è invece una sessione che si tiene una volta a settimana di circa un’ora di pulizie, suddivise fra aspirapolvere, lavaggio pavimenti, cambio lenzuola e altre attività. Idealmente, ogni attività dovrebbe richiedere una decina di minuti.

Ogni giorno della settimana, nel metodo FlyLady, è poi dedicato a qualcosa: c’è il giorno anti procrastinamento, in cui fare tutte quelle cose che per un motivo o per l’altro rimandiamo sempre, il giorno in cui fare qualcosa dedicato a se stessi e quello per le faccende fuori casa.
In questa fase, forse ancora più che per i BabyStep, secondo me è praticamente obbligatorio farsi seguire in un gruppo.


Un aspetto positivo di questo metodo è che insegna a organizzare i lavori, non a farli: ognuno può scegliere come vuole pulire. C’è chi si rifiuta categoricamente di usare detersivi ma solo roba “naturale”, chi invece stermina la fauna ittica un giorno sì e uno anche campando giù l’acido muriatico a secchiate nel gabinetto, chi lava il pavimento con il mocio e chi è un purista dello straccio… Nell’apposito gruppo gemello in cui sono iscritta su Facebook è consentito chiedere e ricevere consigli o suggerimenti, ma non giudicare i modi altrui. Che se c’è una cosa che detesto al mondo sono quelli che «Solo io pulisco bene, gli altri sono tutti lerci». Vi ho già raccontato cosa penso dei maniaci della pulizia, sì?

martedì 14 marzo 2017

Metodo FlyLady: la partenza

Innanzitutto, bisogna avvicinarsi al metodo FlyLady (di cui ho parlato qui) con i “BabyStep”, che consistono in un percorso di un mese per crearsi una serie di abitudini.

Anche in questo caso: se li leggete tutti in anticipo, potreste pensare di nuovo che sia un covo di pazzi. Scoprirete in realtà che ci sono delle ragioni precise dietro ognuno di loro. Il mio consiglio è ancora quello di seguire alla lettera il percorso: tutt’al più, ci sarà tempo dopo per personalizzarlo.
Il gruppo di cui sono membro ha organizzato una “classe” virtuale dedicata interamente a questo percorso e siamo state seguite in modo veramente attento.

Il primo, fondamentale BabyStep è quello relativo alla manutenzione del lavello, che ha anche reso celebre il metodo. Vi renderete conto da soli che effettivamente un lavello sgombro e pulito darà un aspetto diverso a tutta la casa.

I BabyStep successivi, come vi dicevo, potranno sembrarvi un filino folli. Uno prevede di usare le scarpe (ovviamente pulite) anche in casa per fare i lavori. Cosa per cui avevo prontamente pensato: «No, figurati, le scarpe in casa, chissenefrega se sono pulite, che odio». Ma avevo deciso di mettermi quantomento in gioco e ho voluto provare. Ora, usando già delle ciabatte rigide e non pantofole, forse non mi ha rivoluzionato l’esistenza. Però garantisco che per fare i lavori hanno veramente un loro perché: il piede è più saldo, si fa più in fretta, non rischiano di scivolare via al momento sbagliato. Insomma, valeva decisamente la pena dare una possibilità a questa idea.

Il metodo prevede anche di vestirsi pur dovendo stare in casa, cosa che come ho detto in questo precedente post, è un’abitudine salvifica a livello psicologico. Allora, io indosso comunque abiti oggettivamente brutti perché usando anche sostanze come la candeggina per fare i lavori, mi scoccerebbe tantissimo rovinare abiti ancora mettibili. Però è sempre meglio (e più igienico) del pigiama.
Dovrete poi mettere una serie di post-it in giro. Vi faranno sentire una completa squilibrata e di norma chiunque li scorga vi chiederà di vedere i segni della camicia di forza. Il mio ragazzo mi ha guardato scuotendo la testa con aria compassionevole, ma chissenefrega. Li ho ancora lì e ormai fanno parte del paesaggio.
Imparerete poi a fare il letto tutti i giorni e a evitare l’accumulo di disordine e di oggetti inutili e a usare il timer per non lanciarsi in estenuanti maratone di pulizie che vi faranno passare la voglia di pulire per i prossimi dieci anni (il cielo benedica FlyLady, da questo punto di vista).

I BabyStep procedono davvero a piccoli passi. Talvolta, forse, avrete l’impressione di non arrivare da nessuna parte. In realtà, alla fine del mese, avrete un piccolo ma utilissimo bagaglio di abitudini utili, come pulire velocemente il bagno ogni giorno o stroncare sul nascere i punti di accumulo che si creano normalmente in una casa. Altre cose, probabilmente, le troverete scontate (un “passo” dice di non dimenticarsi di pranzare. Io posso dimenticarmi di respirare, ma non certo di un pasto), ma se avete già quell’abitudine tanto meglio.

Vi dirò: per me i BabyStep sono il lascito più prezioso di questo metodo, ancora più delle successive “missioni” o “home blessing” di cui vi parlerò rapidamente domani.


Il mio consiglio è quindi quello di seguirli pedissequamente giorno per giorno, senza saltare, accumularne più di uno per volta o fare eccezioni. In seguito si potranno e si dovranno adattare ai propri orari e alle proprie esigenze.

lunedì 13 marzo 2017

Metodo FlyLady: «Sto volando, Jack!»

Curiosando fra i gruppi di Facebook e le bacheche Pinterest sul tema organizzazione, mi sono imbattuta in decine di metodi per inquadrarsi la vita. Io ho smesso di sperare di diventare una persona organizzata, ma voglio almeno darmi la possibilità di non vivere fra gli scarafaggi.

Dopo averne sentito parlare più volte, ho deciso di partire con il metodo FlyLady per i lavori di casa.

Se volete subito sapere se lo consiglio o meno, direi che al 90% lo consiglio. Tenete poi presente che io ho iniziato da poco e per di più un infortunio mi sta costringendo a seguirlo un po’ sì e un po’ no, ma posso quantomeno riferirvi le mie impressioni di principiante.

Quando ho letto i primi documenti sul metodo, devo ammettere di avere pensato che fosse una setta di pazzi. Tenete presente, infatti, che il metodo è americano e si vede che è nato in una cultura che non è la nostra. Quando ho letto alcuni testi scritti direttamente dalla creatrice, ho iniziato a immaginarmi una di quelle donnone afroamericane in toga che nelle chiese protestanti urla: «Datemi un amen!». È tutto un profondersi di «State volando! State volando!» o di «Sono così orgogliosa di voi!» un po’ da psicosetta.

Quando poi ho letto che il metodo originale prevede di dovere inviare delle e-mail con testi come «Il mio lavello è splendente!», «Il mio letto è molto grazioso!» e simili, ho pensato che fosse decisamente roba da americani schizzati. Beh, ho deciso di superare il pregiudizio e di provarci e come diceva Valentino Rossi, «Pensa se non ci avessi provato».

Mi sono iscritta a questo gruppo Facebook italiano, che segue il metodo in modo ortodosso ma senza e-mail. E ho scoperto che dopotutto un metodo che evita di dovere fare le grandi pulizie, procedendo invece a piccoli impegni giornalieri, è estremamente utile. L’idea di base è quella di combattere il perfezionismo: una cosa fatta, anche se non perfettamente, è sempre meglio di una cosa rimandata, secondo la filosofia di base.


Domani vi racconterò com’è andata con i primi passi. 

NB: non vi dico qui come si articola il metodo, perché sarebbe lunghissimo e probabilmente inutile. Se volete iniziare, vi consiglio invece di scegliere a vostra volta un gruppo Facebook. Ciò che mi interessa è darvi la mia impressione su questo metodo, nel bene e nel male.

domenica 12 marzo 2017

Femminismo e fastidio

L’8 marzo ce lo siamo lasciate alle spalle già da qualche giorno. La mimosa si è ormai seccata e tutt’al più c’è ancora un po’ di quel suo odorino strano nell’aria.

Ora possiamo parlare un po’ di femminismo, ma sul serio?

Allora, parlare di femminismo è un po’ come parlare di cibo. No, non nel senso che ognuno ha i suoi gusti. Sì, forse anche un po’. Ma nel senso che l’argomento è enorme, vastissimo, sfaccettato e, come molti movimenti di stampo progressista, contrastante al suo interno.

Possiamo però iniziare a fare un po’ di chiarezza dicendo cosa il femminismo non sia.

Tanto per iniziare, non è l’opposto di maschilismo. Mentre il maschilismo predica la superiorità del sesso maschile, il femminismo non vuole la superiorità del sesso femminile, ma la parità fra i sessi.
No, non venitemi a dire che la parità fra i sessi esiste già perché vi legno. Che gli stipendi siano diversi è testimoniato dai dati statistici. Un uomo difficilmente verrà costretto a firmare le dimissioni in bianco nel caso in futuro decida di diventare padre. Spesso, a parità di competenze fra un candidato e una candidata, le aziende preferiscono assumere un uomo perché più difficilmente richiederà la paternità. E potrei fare mille altri esempi.

Poi. La parità prevede anche di liberarsi dagli stereotipi che ancora imbrigliano ENTRAMBI i sessi. Quindi. Il femminismo ci dice che la donna non deve essere per forza l’angelo del focolare che sogna fin da piccola il matrimonio e la maternità. Ma ci dice anche che essere uomo non significa non potere piangere, dovere essere per forza quello che porta a casa la pagnotta o almeno che guadagna di più, né tantomeno essere il cavaliere senza macchia e senza paura.

E qua ci troviamo a uno dei punti chiave del pensiero femminista: dunque il femminismo vuole tutte le donne in carriera senza figli pronte a rinchiudere il marito in cucina senza lasciarlo uscire finché non è pronta la cena?

NO, cazzo, NO.

Il femminismo vuole l’autodeterminazione delle persone. Ossia: se una donna desidera diventare dirigente di azienda, deve avere le stesse possibilità di un uomo di arrivarci. Ma se una donna vuole, per sua scelta e attitudine, dedicarsi a tempo pieno alla casa e avere dodici figli, reddito permettendo, deve essere altrettanto libera di farlo, senza che qualcuno o qualcuna si senta in dovere di dirle che sta buttando nel cesso le lotte delle nostre antenate.
Le nostre antenate hanno lottato perché potessimo SCEGLIERE cosa fare: è questa la fondamentale differenza. Non possiamo liberarci da uno stereotipo (la donna-moglie-mamma) per andarci a incastrare in un altro. L’importante è fare ciò che desideriamo e non ciò a cui siamo stati costretti o indottrinati. Questo significa anche che un uomo può tranquillamente fare il casalingo, se la cosa gli va a genio.

Spesso si sente dire: «Non sono femminista ma…». Ma ho notato che la maggior parte delle volte, in realtà, le persone che pronunciano queste parole lo sono eccome. Solo che non lo sanno, perché sono legate a un’immagine del femminismo fatta di invasate che bruciano reggiseni e urlano che gli uomini sono tutti stronzi. E di conseguenza non si riconoscono.
Anche molti uomini, oggi, spesso sono femministi e non lo sanno. Ma io penso che il loro contributo sia preziosissimo alla causa.

In questo otto marzo, pochi giorni fa, ho letto decine di volte, sui social network, l’intramontabile “le vere donne”. Ho una notizia per voi: le donne non sono come la ricetta della carbonara, che ce n’è una e poi ci sono le varianti tarocche con la pancetta o con l’uovo fritto.
Le donne sono tali a prescindere da quello che fanno, pensano o dicono. Le donne sono persone. Persone come gli uomini. E insieme possiamo smetterla di farci del male da soli incastrandoci in stampini che non sono fatti per noi.


PS: io faccio la carbonara con la pancetta. E mi piace tantissimo.

lunedì 20 febbraio 2017

Lavoro da casa: manuale di sopravvivenza

In questo post, direttamente ispirato da quello diMachedavvero, ho parlato di come lavorare da casa presenti sì dei vantaggi, ma anche diversi aspetti negativi che sul lungo periodo si fanno sentire.
Se però lavorare da casa è necessario, sia per risparmiare qualche soldo che per altre esigenze, vi suggerisco alcune buone abitudini (che non sempre seguo *coff coff*) che negli anni ho notato essere utili.
  • ·         Sembra un controsenso ma… Se ne avete la possibilità, lavorate fuori. Anche solo qualche giorno a settimana o qualche ora. Se la distanza e il budget ve lo permettono, valutate il co-working. Altrimenti, se il tipo di lavoro ve lo consente (io, per esempio, non posso perché devo parlare spesso al telefono) andate in biblioteca o in un posto analogo.
  • ·         Mettete la sveglia. Non serve svegliarsi alle cinque, ma darsi una routine e alzarsi a un’ora umana vi permette di ingranare meglio e non arrivare poi a mangiare in modo sregolato. Ve lo dice una che se potesse dormirebbe regolarmente dalle 3 di notte a mezzogiorno.
  • ·         Vestitevi. Anche in questo caso, non occorrono tailleur, completi o tacco 12. Una tuta decorosa può già andare bene. L’importante è non rimanere in pigiama, onde evitare di entrare nello stato mentale del trascinamento sui gomiti. Per la stessa ragione, datevi almeno una pettinata.
  • ·         Cercate di creare un angolino dedicato esclusivamente al lavoro, fosse anche solo una scrivania. Se proprio non potete, abbiate cura di mantenere ordinato il vostro piano di lavoro, tenendo vicino a voi le cose necessarie come appunti, agende, fogli e penne. Io di solito muovo tutto in blocco per non dovermi alzare mille volte. Vietatissimo lavorare sul divano o a letto.
  • ·         Il disordine è anche digitale: mentre lavorate (do un po’ per scontato che usiate il computer), chiudete le pagine del browser e i documenti che non vi servono. Eliminate le e-mail a intervalli regolari e revocate l’iscrizione a quelle mailing list che non vi interessano più. Se non li usate per lavoro, social network rigorosamente chiusi.
  • ·         La mia agenda (io, come vi ho detto qui, uso il metodo del bullet journal) è la mia migliore amica. Alla sera prima o al mattino, mi prendo un attimo per impostare le attività che dovrò fare il giorno dopo, sia per lavoro che per la casa.
  • ·         Discorso pause: a casa puoi fare pausa ogni volta che vuoi e a tratti la cosa può essere terribile. Stabilite in anticipo le pause da concedervi, per esempio a una certa ora oppure solo dopo avere concluso un determinato compito.
  • ·         Pasti: durante il pasto dovete mangiare e nient’altro. Apparecchiate il tavolo come dio comanda, anche se siete da soli, e mangiate con calma. No alla tovaglia ripiegata per lasciare il posto al computer, no ai fogli sul tavolo, no all’ultima rilettura. Se mangiate facendo altro, non vi renderete nemmeno conto di quello che ingoiate e non vi sazierete. Se non fate un pasto pantagruelico da mezzogiorno alle tre e mezza del pomeriggio, non sarà certo la pausa per pranzare a rovinare la vostra produttività.
  • ·         Se foste in ufficio, difficilmente vi alzereste a metà del lavoro per andare a caricare la lavatrice. Cerchiamo di farlo anche a casa: i lavori domestici li farete a lavoro finito o tutt’al più durante le pause. Se scegliete di farli durante le pause, attenzione a non dilatarle a dismisura per farvi rientrare le incombenze di casa. Il lavoro viene prima. E naturalmente non fate le due cose insieme, a rischio di fare male entrambe.
  • ·         Create dei riti precisi per il momento in cui avete concluso il lavoro, come se tornaste a casa dall’ufficio. Io, per esempio, spengo il computer portatile e lo ritiro. Poi libero il tavolo, cercando di mettere ogni cosa al suo posto pronta per il giorno dopo. E ogni tanto ce la faccio anche. Salvo casi particolari, cerco di non lasciare il computer acceso «nel caso possa servire».
  • ·         Chiarite ai parenti, conviventi e non, che voi lavorate esattamente come chi va in ufficio e pertanto avete orari ed esigenze. Contare su di voi va bene ed è giusto, darvi per scontati no.
  • ·         Stesso discorso per i colleghi: se vi chiedono aiuto quando sono in difficoltà, è perché sanno che si possono fidare di voi ed è giusto aiutarli. Se vi chiedono aiuto perché loro vogliono andare a farsi un giro al centro commerciale e fare lavorare voi al posto loro «tanto siete a casa», vi hanno scambiati per citrulli. E questo non va affatto bene. Se dite no a un collega in difficoltà senza un valido motivo, siete degli stronzi. Se dite sempre sì… Va beh, scopritelo voi cosa succede. Io ci ho messo degli anni.

sabato 18 febbraio 2017

Lavoro da casa: sfatiamo qualche mito

Qualche settimana fa, la blogger Chiara di "Machedavvero" ha parlato del lavoro da casa: di come sembri un paradiso e di come riesca in realtà a diventare un inferno.
Io lavoro perlopiù (anche se non esclusivamente) da casa da quasi dieci anni e posso confermare ogni virgola.

I lati positivi ci sono e sarebbe stupido negarlo. Un esempio su tutti: si risparmia su benzina e/o mezzi e non esistono tempi morti imbottigliati nel traffico, capaci di trasformare una giornata da otto ore in una da nove e mezza. Vuol dire potere lavorare anche per realtà lontane che, con la carenza di lavoro che ci ritroviamo, è una cosa grandiosa. Si risparmia anche sul fronte cibo: niente caffè al bar giornaliero, né pranzi al ristorante dell’ultimo minuto all’urlo di «Oddio ho lasciato a casa la schiscettaaaaaaaaaaaa». Di conseguenza, spesso si mangia anche più sano.

Se hai dei colleghi stronzi, non dovere convivere per forza con loro per gran parte della giornata può evitarti qualche ulcera. Ma già questo ha un rovescio della medaglia: stare sempre da soli, senza mai un confronto, sul lungo periodo è logorante. Cambia anche il modo di vivere il lavoro: certi dialoghi sono difficili o inopportuni da affrontare al telefono e la qualità del rapporto con i colleghi ne risente. E poi il mondo non è popolato solo da stronzi, per fortuna.

Puoi alzarti un po’ più tardi e puoi lavorare comodamente in tuta (ma questo, come vedremo, senza esagerare). Nei tempi morti, puoi tranquillamente aprire un libro e leggere per dieci minuti perché nessuno ti vede nel tuo momento fancazzismo.

In compenso…

Lavorare in casa vuole dire avere a disposizione tutte le forme di distrazione possibili e immaginabili, a parte forse la sauna e le escursioni in montagna. Ci sono distrazioni divertenti, del tipo «Il libro sul comodino mi sta guardando insistentemente, ora vado a vedere cosa vuole» e «Nessuno saprà che ho guardato un’altra puntata di “Stranger things” prima di fare quella telefonata». Ma quando sei abbastanza cotta viri anche su quelle noiose, sul genere «Ma che cos’è quella macchia sul vetro del microonde? Ora vado a vedere. Certo che è proprio ora di pulirlo…» e mezz’ora se ne va pulendo il microonde dentro, fuori e attraverso pur di rimandare un lavoro per cui non trovi l’ispirazione o la voglia. Talvolta distrarsi un attimo è la soluzione per trovare un’idea, ma la maggior parte delle volte io finisco semplicemente in un vortice di distrazioni.

Lavorare da casa significa non avere orari né giorni liberi. In ufficio non ci sei mai e questo, per molti colleghi, equivale a dire che ci sei sempre. Se si pondera bene prima di disturbare il collega in pausa pranzo o di riposo, per te questo problema non si pone perché tu a casa ci sei sempre. Mi è capitato di ricevere telefonate alla sera tardi, spaventandomi anche, per questioni tranquillamente prorogabili al giorno dopo (non vi sto a dire che non sono l'amministratore delegato della Fiat). Non esiste preavviso, perché si dà per scontato che tu sia sempre a disposizione. Anche in quello che dovrebbe essere il giorno libero, la telefonata «Ma non è che per caso puoi…» è un must.
La malattia non esiste: non importa se hai l’influenza e con quaranta di febbre non riesci neanche a ricordarti come ti chiami. Il «Ma questa cosettina almeno puoi farmela?» condito con sensi di colpa non mancherà mai. Tanto sei a casa.
Per quanto ami il mio lavoro e sappia benissimo di essere più fortunata rispetto ad altri, alla lunga la cosa è stancante.

Poi. Se da un lato i colleghi credono che tu sia operativa 24 ore al giorno, per la maggior parte dei parenti, amici e conoscenti tu di fatto non lavori. Per definizione, sei a casa. Quindi, se ci sono commissioni da fare o simili, spetta inevitabilmente a te. Che magari puoi anche farle, eh, dando una mano a chi invece lavora fuori. Ma sentirti dire che «tanto sei a casa» non è uno dei migliori incentivi.


Parliamo poi dell’ambiente. I più fortunati potranno magari avere un piccolo ufficetto domestico ma di fatto, se non vivete nella reggia di Versailles, probabilmente cucinate, mangiate, dormite e vi lavate a poca distanza da dove lavorate. Il che significa non avere mai una precisa distinzione tra lavoro e vita privata. È facile che mentre girate la pasta, buttiate un occhio al computer sul tavolo e aggiungiate due righe al documento. Senza contare che, se non vivete soli, un’altra persona può essere stravaccata sul divano con la televisione accesa mentre il vostro lavoro non è finito e state implorando tutti i santi per tenervi concentrati mentre un commentatore sportivo sovreccitato urla al gol. E parte la danza del «Puoi abbassare, per favore?» fino a picchi di «Abbassa quella straminchia di televisione». Ed ecco allora che lavorare in casa condiziona la vita anche di tutte le altre persone che ci vivono.

Vi do appuntamento ai prossimi giorni per una guida di sopravvivenza al lavoro in casa.